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PARMA – Storia

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Parma è una città che, fin dalla sua fondazione ad opera dei Romani nel 183 a.C., è stata abitata ininterrottamente fino ai giorni nostri. Per questo motivo il centro storico è cresciuto su se stesso e le testimonianze degli insediamenti più antichi si trovano sotto strati di cemento e terra, spesso a diversi metri di profondità, e sono divenute parte integrante delle fondamenta degli edifici attuali o sono state da questi sigillate per sempre. La continuità di vita in tutto il territorio urbano rende difficile effettuare scavi di ampio respiro e, pertanto, agli storici e agli archeologi non resta che ricostruire la storia della città sulla base delle fonti documentarie e sui pochi reperti che talvolta emergono dal sottosuolo nell’ambito di scavi effettuati su scala ristretta. Diversa è la situazione della provincia, dove le ampie aree di campagna non edificata consentono scavi più accurati e ritrovamenti importanti risalenti soprattutto alle fasi preistoriche e al periodo pre-romano e romano.

Dalla preistoria al periodo romano

I più antichi insediamenti umani nel territorio parmense risalgono al Paleolitico e sono stati rinvenuti nell’area di Traversetolo e nelle valli del Taro e del Ceno. Alle zone pianeggianti (Mamiano, Collecchio e Santa Margherita di Fidenza) risalgono invece le testimonianze archeologiche del Neolitico.

Nell’età del bronzo si diffuse un tipo originale di insediamento, tipico della Bassa emiliana: la terramara. Si trattava di un villaggio di forma generalmente trapezoidale, recintato da un argine e da un fosso nel quale veniva deviata l’acqua di un corso vicino. Ai villaggi si accedeva da quattro ponti, uno per lato, in corrispondenza dei quali erano tracciate le due vie principali che, incrociandosi ad angolo retto, tagliavano il centro abitato in quattro settori. Altre vie più strette correvano parallele alle due principali. Le capanne erano a pianta rettangolare e, in genere, tutte uguali. La terramara si distingueva dalla palafitta perché i pali venivano inseriti nel terreno asciutto e, sotto di essi, venivano accumulati i rifiuti del villaggio. I cumuli, che con il tempo si trasformavano in concime, furono sfruttati fino a tempi abbastanza recenti dai contadini, che chiamarono quelle terre fertili “terre-mane” o “terre-mare”, cioè terre nerastre e grasse. Poco dopo il 1000 a.C. le terremare cessarono di esistere quasi all’improvviso e senza cause apparenti. Una delle ipotesi più accreditate è che l’evoluzione sociale, dovuta alla creazione di gerarchie interne al villaggio e a rapporti più evoluti e complessi, abbia reso obsoleto l’insediamento rigorosamente delimitato, con la sua distribuzione egualitaria delle abitazioni sul tavolato palafitticolo. Delle oltre 50 terremare individuate in provincia, le più note sono quelle di Castione Marchesi, Borgo Valorio di Parma e Castellazzo di Fontanellato.

Per quanto riguarda la città, un primo nucleo fu probabilmente insediato dai Celti Alamari proprio su un sito terramaricolo precedente, databile al XVII-XIII secolo a.C., sul quale era sorto un successivo insediamento di origine etrusca. Riacquista così credito l’ipotesi di una derivazione del toponimo dai nomi documentati di tribù etrusche “Parmii” o “Parmnial”, anche se la tesi più accreditata fa risalire il nome della città alla voce latina parma/parmae, lo scudo che richiama la forma della città. Alcuni studiosi fanno notare che, d’altra parte, questo termine militare latino deriva a sua volta dalla lingua etrusca, in quanto etrusco era appunto lo scudo impiegato dai veliti.

La calata delle tribù celtiche nell’area padana (VI secolo a.C.) cancellò gli insediamenti etruschi ma non le popolazioni autoctone delle aree appenniniche, che coesistettero con i Galli cisalpini fino alla conquista del territorio emiliano da parte dei Romani (II secolo a.C.).

Il periodo romano

Una svolta importante nella storia di Parma si ebbe nel 183 a.C., anno della fondazione dell’omonima colonia da parte di M. Emilio Lepido, T. Ebuzio Caro e L. Quinto Crispino.

Lo storico Tito Livio narra che, dopo la sconfitta dei Celti da parte dell’esercito romano (191 a.C.), circa duemila soldati-coloni si misero in marcia con le famiglie lungo la Via Emilia (iniziata nel 187 a.C.), unica testimonianza architettonica della civiltà romana in un paesaggio ancora dominato da boschi, acquitrini e paludi. Si fermarono dove la strada incontrava uno dei tanti corsi d’acqua che scendevano dall’Appennino verso il Po e diedero origine ad uno stanziamento sulla riva destra del torrente, che all’epoca scorreva più ad est di quanto avviene ora. Da subito la città rivelò il suo carattere strategico per il controllo delle vallate appenniniche, ancora popolate dalle indomite tribù di Liguri in guerra con Roma.

In tutto il territorio di pianura, ripartito fra i coloni secondo le regole della centuriazione, fu avviata l’opera di bonifica degli acquitrini e di disboscamento. La terra fertile favorì l’agricoltura mentre l’allevamento di suini e ovini, la cui lana pregiata consentì lo sviluppo di un’industria di filatura, tessitura e tintoria, fece della giovane città un insediamento florido.

Le tracce dell’urbanizzazione romana sono ancora ben visibili sia in città che in provincia, dove sorgevano le grandi domus di tipo italico. A testimonianza del popolamento delle zone rurali, sopravvivono la villa rustica di Felino, la fornace di Sala Baganza, i ponti di Corniglio e Santa Maria del Taro e i resti del ponte romano di Fornovo di Taro.

Quanto alla città, non conosciamo l’esatta estensione del nucleo originario dell’insediamento, il cui sviluppo subì una violenta battuta d’arresto nel I secolo a.C. con lo scoppio della guerra civile, durante la quale Marco Antonio, per punire la colonia a lui ostile, scatenò contro di essa le proprie truppe e la distrusse (43 a.C.). L’episodio fu ricordato anche da Cicerone, che compianse i poveri parmigiani, “uomini ottimi e onesti”, per il torto subito. Tuttavia, grazie al favore di Ottaviano, divenuto poi Imperatore di Roma con il nome di Augusto dopo aver vinto l’avversario Marco Antonio, la città fu ricostruita.

L’impianto della città augustea, tuttora apprezzabile nell’area delimitata dalle attuali Via Riccio-Ponte Caprazzucca, Strada Cairoli-Strada XXII Luglio, Strada Melloni-Vicolo del Vescovado, Via Carducci-Via Oberedan-Strada Conservatorio, presenta la consueta forma reticolare delle città romane, che si sviluppavano attorno all’incrocio fra cardine massimo (rappresentato dalle attuali vie Farini e Via Cavour) e decumano (costituito dalla Via Emilia, che nell’area urbana assume nomi diversi: Via Gramsci, Via D’Azeglio, Via Mazzini e Via Repubblica). Nel punto di incontro fra le due strade principali, dove oggi sorge Piazza Garibaldi, si trovava il Foro, una piazza ampia sulla quale si affacciavano i più importanti edifici pubblici di culto e di governo, fra cui la Curia, la Basilica e il Capitolium, tempio dedicato alla Triade Capitolina di cui sopravvive il podio, situato nella sede centrale della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza. Al di fuori del reticolo sorgevano le strutture per il divertimento: il teatro (in corrispondenza dell’odierno Piazzale S. Ulderico, all’estremità meridionale del cardine massimo) e, nella periferia orientale, l’anfiteatro. La zona oggi occupata dai quartieri dell’Oltretorrente non era all’epoca edificata, ma da qui partivano diverse strade di collegamento con gli Appennini, il Po e il porto fluviale di Brescello. Il transito sul torrente lungo la Via Emilia in direzione di Piacenza era garantito da un ponte in pietra di cui sono ancora visibili alcume arcate nel sottopasso pedonale di Via Mazzini in prossimità del Ponte di Mezzo.

Il tramonto dell’impero romano e l’alto medioevo

Passato il periodo di maggior splendore, a partire dal III secolo d.C. l’impero romano attraversò un lento ma inarrestabile processo di disgregazione che non risparmiò Parma, a sua volta teatro delle complesse vicende legate alla dissoluzione dell’organizzazione statale romana, alle invasioni barbariche e alla lunga guerra tra goti e bizantini. Questo fu anche il tempo in cui cominciò ad affermarsi il Cristianesimo, che dal IV secolo uscì dalla clandestinità per poi imporsi come religione ufficiale dell’impero. La presenza di una comunità cristiana a Parma trova numerosi riscontri monumentali e documentari: il primo vescovo di cui si abbia memoria è del IV secolo e abbiamo certezza dell’uso di necropoli cristiane sia in città che in territorio rurale. Proprio nella campagna parmense, nel territorio dell’odierna frazione di Carignano, fu rinvenuta nel 1868 una lucerna di terracotta databile al V secolo, il cui chrismon testimonia l’uso di ascendenza pagana di deporre una luce eterna accanto alla tomba del defunto. Ma le testimonianze più interessanti di una Ecclesia parmigiana sono riscontrabili in prossimità del Duomo, negli strati inferiori dell’odierno sagrato e sotto le fondamenta del Museo Diocesano. A partire dal secondo dopoguerra, infatti, diverse campagne di scavi hanno riportato alla luce reperti di epoche diverse che dimostrano i vari utilizzi dell’area nel tempo. Agli strati inferiori appartengono i mosaici delle domus pagane, mentre in quelli superiori si trovano i resti dell’antica cattedrale, distrutta da un incendio nel X secolo, e tracce della pavimentazione del sagrato medievale.

Gli scavi effettuati nel 2000 hanno portato alla luce anche resti di fortificazioni risalenti al IV secolo che rendono bene l’idea della turbolenza di quel periodo storico. Il clima di incertezza e le sempre più frequenti scorrerie delle popolazioni germaniche spinsero infatti i parmigiani ad erigere delle mura difensive attorno ai quartieri più interni della città. Le aree al di fuori della cerchia muraria furono abbandonate e le domus ormai disabitate furono utilizzate come cave di materiale edilizio, come testimoniano le diverse calcare rinvenute nel perimetro cittadino, dove i marmi che ornavano gli edifici del periodo imperiale furono lavorati e reimpiegati per sopperire alla carenza di materiale costruttivo. Il senso di precarietà trapela anche dal rinvenimento di diversi tesori occultati in nascondigli in attesa di tempi migliori, il più ricco dei quali fu trovato nel 1821 durante la costruzione del teatro Regio.

La presenza delle mura non poté comunque difendere a lungo la città dalle incursioni barbariche. Già durante la guerra tra Costantino e Massenzio Parma subì incendi e devastazioni. Lo storico Ammiano Marcellino narra che attorno al 377 il territorio era talmente spopolato che l’Imperatore Graziano vi insediò alcune tribù di Tifali, popolazione germanica sconfitta in guerra e fatta prigioniera. Anche il vescovo di Milano Ambrogio descrisse in una lettera la penosa situazione dei centri emiliani, definendoli “cadaveri di città semidistrutte” (Ep. I, 39). Se alla fine del IV secolo la condizione di Parma poteva definirsi già disastrosa, il colpo di grazia fu inferto dalla calata degli Unni di Attila, che nel 452 investirono e saccheggiarono la città. I suoi abitanti ebbero almeno il tempo di rifugiarsi sugli Appennini mettendosi così in salvo dall’orda barbarica, annunciata dalle colonne di fuggiaschi e di fumo provenienti dagli insediamenti più settentrionali.

Dopo la deposizione di Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano d’Occidente, da parte di Odoacre re degli Eruli (476), un terzo delle terre del parmense venne assegnato ai nuovi coloni germanici. Per la città fu un periodo di stabilità e di rinascita durante il quale vennero ricostruiti l’acquedotto, un ponte, fontane e canali. Tuttavia il benessere durò poco, appena un paio di generazioni, fino a quando l’Imperatore d’Oriente Giustiniano, da Costantinopoli, volle tentare la riconquista delle perdute province d’Occidente, e l’Italia fu teatro di una delle guerre più devastanti della sua storia: la guerra gotica (535-554). Attaccato e inizialmente sconfitto dall’Imperatore, il re dei Goti Totila radunò un esercito di germani e si abbatté sulla penisola come un uragano, distruggendo ogni città di cui si impadroniva. Questa sorte toccò probabilmente anche a Parma, sebbene alcune fonti, riferendo di un assedio provocato da un ritorno offensivo dei bizantini pochi anni dopo, ne attestassero ancora l’esistenza. La guerra si concluse vittoriosamente per l’Imperatore Giustiniano, che proprio a Parma fece custodire la cassa militare facendo guadagnare alla città l’appellativo di Crisopoli (Città d’Oro).

Anche quella bizantina fu una breve parentesi: nel 569, guidati dal re Alboino, scesero in Italia i Longobardi, una popolazione di origine scandinava, e conquistarono gran parte della penisola. A Parma, come in altre trentacinque città, insediarono il governo di un duca, capo politico e militare, e diedero vita ad un regno durato poco più di due secoli prima di essere sostituiti dai Franchi nel 774.

Nell’Alto Medioevo Parma visse una serie di trasformazioni importanti che ne cambiarono per sempre i connotati. I conquistatori introdussero nell’area urbana orti e coltivazioni e sulle ceneri delle antiche domus eressero capanne lignee di tradizione germanica che modificarono con sbarramenti e nuovi sentieri l’antico assetto viario. Fra le mura trovarono spazio nuovi cimiteri ed edifici di culto, mentre l’antico Capitolium fu riconvertito in chiesa e consacrato a S. Pietro. La guerra gotica e le devastazioni che ne conseguirono avevano lasciato le campagne spopolate. I terreni incolti si erano ricoperti di boschi e acquitrini e le città romane, più volte distrutte e ormai irriconoscibili, sopravvissero a fatica come sedi vescovili. Fu grazie al lavoro dei monasteri sorti a partire dal VI secolo che le terre vennero lentamente e faticosamente recuperate all’agricoltura. L’antica viabilità extraurbana mutò radicalmente e all’orditura romana si sovrappose una rete di comunicazioni che solo in parte ricalcò quella preesistente. Nuovi itinerari si svilupparono rispecchiando le mutate necessità della popolazione, come il pellegrinaggio. A questo periodo risale infatti l’itinerario del Monte Bardone, segmento parmense della Via Francigena, lungo il quale sorsero castelli e ospizi per i viandanti, come quello fondato nel 712 dal re longobardo Liutprando a Berceto.

Il periodo medievale e la nascita delle Signorie

Durante la dominazione franca, con la donazione nel 877 da parte del re Carlomanno al vescovo Guidobodo di alcuni possedimenti, il clero parmigiano acquisì un crescente potere temporale, che durò fino alla fine della lotta per le investiture (1122). In questo periodo la città si schierò apertamente dalla parte dell’Imperatore nonostante il partito contrario di figure di spicco quali Matilde di Canossa e fu movimentato teatro di guerre intestine accesissime, tanto da contare ben due antipapi: Onorio II (Cadalo, ricordato come gran peccatore in un capitello del Duomo) e Clemente III (Giberto da Parma). Ma i due secoli immediatamente posteriori al 1000 regalarono a Parma capolavori artistici come il Duomo, sorto sulle ceneri della precedente cattedrale e consacrato nel 1106, il Vescovado e il Battistero di Benedetto Antelami, testimonianza del passaggio dallo stile Romanico al Gotico.

Con l’incremento della popolazione urbana e rurale dovuto alle migliorate condizioni generali di vita, Parma si trovò al centro di una rete di nuovi insediamenti su cui esercitò la propria influenza anche grazie a collegamenti più efficienti, quali il naviglio che conduceva fino al Po, e alla strategica posizione lungo la Via Francigena. Mentre l’Appennino viveva il fenomeno dell’incastellamento, attorno al 1140 la città sperimentò una crescente aggregazione che sfociò nella proclamazione a Comune e nell’adesione alla Lega Lombarda, che sconfisse nel 1167 l’Imperatore Federico Barbarossa a Legnano. Venuto meno il nemico comune con la Pace di Costanza (1176), si riaccesero i contrasti con le città più vicine (Piacenza, Reggio e Cremona) per il controllo del Po e la supremazia sull’area emiliana. Alle tensioni fra Comuni si aggiunsero anche i conflitti interni fra famiglie guelfe (filopapali) e ghibelline (filoimperiali). Al primo partito appartenevano le famiglie Sanvitale, Rossi e Lupi, che nel 1248 riuscirono a sconfiggere duramente l’imperatore Federico II di Svevia evitando che questi attuasse il suo progetto di totale distruzione di Parma, sulle cui ceneri avrebbe voluto erigere una nuova città che avrebbe preso il nome di Vittoria.

Nonostante questo importante successo militare, la città continuava ad essere lacerata dalle lotte tra le fazioni guelfe e ghibelline. Alla crisi politica si sommò la devastazione della peste nera del 1347, che dimezzò la popolazione in tutta Europa e mise in ginocchio anche Parma. Ormai incapace di difendersi dalle emergenti potenze che bramavano la sua conquista, la città venne inserita nell’orbita di influenza della Signoria milanese: prima i Visconti (1341) poi, dopo una parentesi di indipendenza di soli cinque anni, gli Sforza (1440-1500), che dominarono il contado e gli Appennini per mezzo di grandi famiglie signorili loro alleate. Legata alle sorti di Milano, Parma visse sul proprio territorio conflitti dalla portata europea, come la battaglia di Fornovo tra il re Carlo VIII e l’esercito della Lega italiana condotto da Francesco Gonzaga (1495). Dal 1500 al 1521 la città passò ai francesi poi allo Stato della Chiesa, sotto il cui controllo rimase fino al 1545.

Il Ducato dei Farnese e la dominazione borbonica

Nel 1534 salì al soglio pontificio con il nome di Paolo III il cardinale Alessandro Farnese, già vescovo di Parma. Allo scopo di creare uno stato cuscinetto tra i territori della Chiesa e il potere spagnolo in Lombardia, nel 1545 papa Paolo III pose il figlio Pier Luigi Farnese a capo dei territori di Parma e Piacenza. Nacque così il ducato di Parma e Piacenza, che nei due secoli successivi visse uno dei periodi più fastosi della propria storia. Grazie al prestigio della famiglia Farnese a livello europeo, Parma venne completamente trasformata per adeguarsi in modo confacente al nuovo ruolo di capitale. I duchi insediarono il loro centro di potere nell’attuale Oltretorrente, dove fecero costruire la loro residenza (ora all’interno del Parco Ducale), e commissionano a rinomati architetti dell’epoca la realizzazione delle chiese della Steccata (realizzata da Gian Battista Fornivo) e del Quartiere (costruita da Aleotti e Magnani e affrescata nella cupola dal Bernabei). Sull’altra sponda del torrente, nella parte “vecchia” della città, fecero costruire la Pilotta, un enorme complesso simile a una fortezza adibito a residenza della servitù della corte farnesiana e magazzino. Annesso alla Pilotta fu eretto il teatro Reinach, autentico gioiello d’architettura completamente distrutto dai bombardamenti americani nella seconda guerra mondiale insieme ad alcune ali del palazzo adiacente. Sempre ai Farnese si deve la costruzione della Cittadella, complesso fortilizio pentagonale dotato di mura e fossati  con funzione difensiva e di controllo. La città, delimitata da possenti mura, assurse a nuovo splendore: molte delle più belle chiese ancora oggi visitabili a Parma sono state volute dai Farnese e, con il loro stile barocco, testimoniano lo sfarzo di un’epoca di grande prosperità. Basti pensare alle chiese di San Quintino, Sant’Alessandro, all’oratorio dei Rossi, San Vitale, Santa Croce, Santa Maria delle Grazie, Santa Cristina e Sant’Antonio, dove lavorò anche Jacopo Bibiena.

Nel 1718, con l’estinzione della famiglia Farnese e in virtù del Trattato di Londra – detto anche “Quadruplice Alleanza”, che sanciva il passaggio del ducato ai Borbone di Spagna qualora la casa farnesiana si estinguesse per mancanza di eredi maschi – il controllo di Parma passò ai nuovi padroni iberici. Ma l’infante di Spagna Don Carlos preferì stabilire la propria corte a Napoli, dove si insediò nel 1734 per cingerne la corona, non prima però di avere spogliato le residenze ducali di Parma, Colorno e Sala Baganza degli splendidi tesori e collezioni d’arte raccolte dai Farnese. Dopo alterni governi, la città passò a Filippo di Borbone, fratello di Don Carlos e marito di Luisa Elisabetta, figlia di Luigi XV di Francia. Con lui giunse a Parma il riformista Guglielmo Du Tillot, seguace dell’Illuminismo, primo ministro dal 1759 al 1771. Abile stratega e uomo di rara cultura e intelligenza, si circondò di intellettuali del calibro di Condillac, Millot, Petitot, Boudard, Ravenet, Paciaudi e Bodoni che portarono a Parma una ventata di novità.

La nuova visione illuminista e francofila del Du Tillot si concretizzò in un’attenta opera di abbellimento dell’area urbana, ancora oggi apprezzabile nelle numerose strutture neoclassiche sparse per la città, che si arricchì di importanti istituzioni quali la Biblioteca Palatina, la Stamperia Reale diretta da Giambattista Bodoni, la Quadreria, l’Orto botanico e il primitivo nucleo del Museo Archeologico, che ospitava i reperti provenienti dagli scavi dell’antica Velleia. La politica riformista del nuovo governo condusse anche alla lotta ai privilegi ecclesiastici: nel 1768 i Gesuiti furono espulsi dal ducato, mentre il Tribunale dell’Inquisizione e diversi ordini monastici furono soppressi.

Maria Luigia d’Austria e l’annessione al Regno d’Italia

Nel 1801, con il trattato di Madrid, Parma fu annessa al Regno di Francia. Dopo la dura sconfitta di Waterloo e la conseguente abdicazione di Napoleone, nel 1815 il Congresso di Vienna stabilì che il governo della città fosse affidato all’arciduchessa Maria Luigia, sua moglie. La nuova sovrana si insediò a Parma l’anno seguente e vi restò fino alla morte, avvenuta nel 1847, e durante la sua permanenza diede vita ad un progetto di sviluppo delle strutture assistenziali (la costruzione dell’Ospedale di Via D’Azeglio, ora destinato ad altri usi) e di altre opere pubbliche, quali il Teatro Regio. Nell’ambito dell’ammodernamento delle vie di comunicazione, le mura furono abbattute e sostituite da viali alberati di foggia parigina, furono costruiti ponti e fu realizzata la strada di collegamento con La Spezia attraverso il passo della Cisa.

Il prestigio di Maria Luigia, sovrana amatissima dai parmigiani, fu tale da non risentire dei primi moti liberali e risorgimentali, che esplosero con vigore solo con il ritorno dei Borboni, l’ultimo dei quali, Carlo III, fu pugnalato a morte dal sellaio Carra nel 1854. La città si ribellò al successore nel 1859 e, dichiarata decaduta la dinastia borbonica, l’anno successivo si annetté al Regno d’Italia con un voto plebiscitario.

Dall’unità alla seconda guerra mondiale

Il passaggio al Regno d’Italia non fu del tutto indolore. Gli alteri parmigiani, infatti, abituati al prestigio di un regno, risentirono fortemente del declassamento della loro città da capitale di uno stato a semplice capoluogo, peraltro di provincia. La situazione fu peggiorata da una grave crisi sociale ed economica che investì la città e rese un ricordo i fasti del passato. Le classi subalterne si riunirono in formazioni proletarie e diedero vita ad una vivace attività sindacale che  culminò nella fondazione della Camera del Lavoro (1893) e in numerosi e violenti scioperi, di cui il più importante fu lo sciopero agrario del 1908, durato quasi due mesi.

La presenza di associazioni sindacali molto attive fece guadagnare a Parma l’appellativo di città “rossa” e tale fama venne accresciuta durante il ventennio fascista. Nel 1922, infatti, gli abitanti dell’Oltretorrente, furono protagonisti al primo episodio di resistenza antifascista d’Italia impedendo l’ingresso delle camice nere di Italo Balbo nei quartieri ad ovest del torrente: riunitisi negli Arditi del Popolo, eressero barricate in tutte le strade del quartiere e dopo alcuni giorni di guerriglia riuscirono a respingere gli squadristi. L’episodio, ricordato come “le barricate”, venne ribadito anni più tardi, in pieno regime fascista, dopo la famosa trasvolata sull’Atlantico di Balbo, con un’anonima scritta in dialetto parmigiano sui muri del lungoparma: “hai passato l’Atlantico, ma non la Parma”. I quartieri dell’Oltretorrente teatro di quell’episodio furono bonificati, ma rappresentano ancora oggi la parte più tipicamente popolare e “bohemienne” della città.

Le devastazioni della seconda guerra mondiale non risparmiarono nemmeno Parma. Se dopo l’armistizio del 1943 le zone appenniniche furono soprattutto teatro di accesi scontri fra i partigiani e le truppe tedesche (specialmente nelle alte valli del Taro e del Ceno, dove si formarono zone libere controllate dai partigiani), l’area urbana fu invece investita dalle devastazioni dei bombardamenti americani. Uno scherzo beffardo del destino volle infatti che i bombardieri americani, non potendo colpire Varese per le avverse condizioni meteorologiche della zona, decidessero di ripiegare su Parma, per la quale non erano state però approntate le cartine necessarie ai piloti per colpire solo le zone di interesse strategico. Giunti sulla città, i bombardieri sganciarono il loro carico distruttivo in modo casuale, colpendo non solo la stazione, i ponti e le basi logistiche tedesche, ma anche molti edifici di interesse storico, che vennero danneggiati o completamente distrutti. E’ il caso ad esempio del Teatro Reinach e di una parte della Pilotta, il cui splendido teatro ligneo fu spazzato via insieme a reperti e libri antichi di inestimabile valore conservati nelle sale dell’edificio.

Dalla ricostruzione ai giorni nostri

L’opera distruttiva delle bombe americane fu in un certo senso completata dalla speculazione edilizia degli anni ’50 e ’60, che sostituì gli eleganti edifici storici abbattuti durante la guerra con costruzioni spesso prive di ogni gusto architettonico. E’ il caso dell’odierna Via Mazzini, un tempo delimitata da graziosi edifici di cui sopravvivono solo pochi esemplari, o dell’area della stazione ferroviaria, il cui parco fu lottizzato e il monumento dedicato a Giuseppe Verdi distrutto per fare posto a condomini.

Nonostante gli scempi edilizi che ne hanno caratterizzato alcune aree, Parma conserva ancora quasi intatto il suo fascino aristocratico di piccola capitale europea. La folta presenza di studenti legati all’Università e le numerose iniziative culturali rendono il centro sempre vivo. Questa città d’arte dal patrimonio culturale ricchissimo è infatti da visitare sia nell’area urbana, che ospita i principali musei e monumenti, sia in provincia, dove le escursioni culturali legate ai rinomati castelli e alle pievi romaniche possono essere collegate agli itinerari enogastronomici e naturalistici.

Testo a cura di Cinzia Percivaldi ® – Foto Lorenzo Vannunccini ® | Riproduzione vietata